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Un colpo di pistola riecheggiò nella stanza.

Non poteva credere a quello che aveva fatto. Era il suo migliore amico o, almeno, un tempo lo era stato. Ora si riscordava perfetamente tutti i momenti di gioia e di dolore trascorsi insieme: la comunione, il suo matrimonio di dui era testimone, la morte del loro maestro di Kenpo, la rabbia per il licenzamento ed il conforto dell’amico. Tutto questo chiaramente in un lampo, come impresso nella retina.

Lo vide così, per quello che era, un uomo e nulla più che ora, privato delle proprie energie, crollava sui propri ginocchi singhiozzando e tossendo violentemente per i conati di vomito. Gli abbracciava le gambe mentre cercava di rialzarsi, ma il dolore all’addome non glie lo permetteva.

Intanto il sangue diventò protagonista della scena, rubando questa atmosfera da strappalacrime. Il sangue è crudele: è vita, ma soffoca tutto quello che tocca. Lui aveva le mani piene di quel sangue che fuoriusciva dal corpo. E urlava e piangeva mentre il sangue lo ammanettava alla sua condizione.

Lentamente s’accasciò al suolo con un tonfo. La vista era ormai offuscata ed il buco allo stomaco era più concreto che mai. Gli si prostrò addosso, piangendo ancora.

Voleva morire, ma non poteva. Il morto non era lui. Vomitò ancora ed aspetto che la sua vittima quasi galleggiasse nel lago del suo stesso sangue.

Si alzò in piedi, vomitò di lato per l’ultima volta e guardò gli occhi e la bocca dell’ex amico. Non potrà più dargli consiglio, non gli telefonerà più. Non scoperà più sua moglie, non più. Non rideranno più insieme, non più. Non lo odierà più, ora non più.

Addio, amico. Verrò al tuo funerale.

Tratto da “Seguendo le orme del maestro” di Johnatan Dante

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