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Donato era solito pranzare sullo stesso prato: amava la quiete di quella radura e nulla al mondo lo avrebbe distolto dal suo pasto. Un quadretto preferito: aria aperta, il sole primaverile che lo riscaldava appena e tanta, tanta tranquillità. Per incontrare il primo segno di civiltà, infatti, occorreva marciare per buoni 30 minuti lungo il fiume. Non che fosse un emarginato o uno che ripudiasse la compagnia, ma per lui il pasto era un rito sacro che andava onorato con tutti i riguardi: separare accuratamente la minuzione del cibo solido e accompagnato dalle bevande prese rigorosamente a piccoli sorsi. Nulla doveva mettergli fretta: si sa, lo stomaco è sensibile allo stress e, poi, mangiare di fretta lo innervosiva. La frenesia lo innervosiva. Gli schiamazzi lo innervosivano. L’assillo lo faceva imbufalire. Per non parlare della folla: lo mandava in peritura agitazione. E il pasto, visto che era un indiscusso piacere, doveva essere accompagnato dall’armonica tranquillità del momento.

Ma oggi anche il suo posto, naturalmente tranquillo, non era così tranquillo. Qualcosa era successo. Sulla spiaggia, aveva sentito. Dalla spiaggia era approdato qualcuno. O qualcosa. Non capiva bene. Comunque una seccatura che minava di rovinargli il pasto. Dovette passeggiare su e giù per il prato, cercando di distrarre la mente. Non gli era mai capitato in quel posto, ma ciò lo aiutava. Certo era che oggi faceva fatica a recuperare la tranquillità necessaria per consumare il suo pranzetto.

Un fruscio da un cespuglio catturò la sua attenzione. Da lì venivano suoni gutturali, rochi, primordiali. “Non sarà mica…” neanche finito di pronunciare quella frase eccogli davanti un umano, nudo come il suo solere, con passo da primate, la camminata instabile sui suoi due arti inferiori. “Già che c’è, può usare anche gli altri due arti anteriori” pensava “Non riesce neanche a stare in posizione eretta” sentenziò con uno sbuffo di disprezzo. E poi era brutto come gli altri, non aveva il manto lucido, era con pochissima pelliccia, il che lo rendeva ancora più ridicolo ai suoi occhi. Arrancava, farfugliava, mugugnando, qualcosa di incomprensibile. “Primate che non sei altro, devi proprio venire a rompere la mia quiete?”

Ed eccolo che, resosi conto della presenza di Donato, l’uomo si agita, si dimena, cercando disperatamente di attirare la sua attenzione, di attirarlo chissà dove. Ma Donato, nulla! Si avvicina, irritando oltremodo il suo spettatore, agitando braccia e gambe. Ma Donato, nulla: si voltò dall’altra parte. Iniziò ad urlare, sbraitare, mugugnando “Homo, uomo! Lì, lì”, agitava le braccia come un forsennato. Ma Donato, niente: arretrò indispettito. Come osava comportarsi così con lui? Essere inferiore, stattene al tuo posto. Ma lui gli saltò al collo, gli mise una mano in bocca, quasi a voler guardare cosa ci fosse dentro o come cercando lo spirito che lo animava per poterci comunicare. Di tutta risposta Donato tirò un morso secco alla mano. I denti piatti incontrarono la dura carne. Questi urlò come un disperato, ritrasse la mano dolorante e sparì nella macchia. Donato sputò per terra “Che schifo” aveva ancora quel saporaccio in bocca e doveva levarselo di torno. Si precipitò di corsa al fiume e a grosse sorsate cercò di liberarsi di quell’immondo sapore. Non poteva credere a quello che era successo. Mai era successa una cosa del genere, mai un essere di così infimo rango si era avvicinato a lui così d’improvviso. Doveva essere successo qualcosa di grosso.

Iniziò a camminare verso la spiaggia e una curiosa visione gli si parò davanti: un uomo, ricoperto di una strana combinazione di tessuti che si esprimeva in un modo formale ed intelligibile. Parlava! Addirittura parlava! Non sapeva dell’esistenza di uomini che avessero la padronanza della parola come loro. Doveva avvicinarsi. Doveva correre da lui. Non esitò e si precipitò al galoppo verso il sentiero che lo conduceva a quello strano umano.

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