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Periodicamente succede.

Cosa?

Succede che corri forsennatamente, incontro ad un destino imminente, incontro a delle tappe che vorresti subito bruciare.

Tutto e subito quindi…

Ma succede

Succede che non sei preparato per tutta questa frenesia, succede che dovresti rallentare, succede che dovresti assaporare tutti i momenti che la vita ti regala o che, con sangue e sudore, tu conquisti.
Succede. Non parliamo di avvenimenti divini, ma di tutto un meccanismo che si innesca nella persona per avvisarla di cosa può succedere, casomai volessi percorrere quella strada che ti sei scelto.

Ed infine accade.

Accade nella mattina di ieri, un timido mercoledì dove un ragazzo appena sveglio si alza, indugia un attimo nelle movenze (è stato al cinema con gli amici la sera prima), fa colazione, sente la triste rassegna stampa di una nota Radio nazionale, sul post seconda scossa in Emilia Romagna e guarda fuori dalla finestra. Un misto fra inquietudine e speranza, il sole timido riesce a filtrare quelle nubi e ad illuminare il circondario. Si mette i jeans del giorno prima, prende il marsupio, documenti e smartphone, recupera la fedele bici scassata dal sottoscala e si mette in strada.

Quella bicicletta lo serviva finalmente dai suoi 14 anni. Ricordava benissimo il momento in cui è entrata in famiglia “Grazie degli auguri papà, per il compleanno mi avete regalato il motorino?” “No.. una bicicletta…”. Un filo di delusione di non poter ancora essere accettato dal gruppetto di “motociclisti adolescenti” del paese, suoi ex compagni di elementari, le medie le aveva fatte in un’altro paese. Tutto sommato però era una bella bicicletta: blu fiammante, telaio leggero, 18 marce. Una bellissima bicicletta che, sapeva già, l’avrebbe accompagnato per lungo tempo, fino almeno alla patente. E così fu, anzi quella bicicletta servì per andare a trovare anche l’amico di 4′ superiore che aveva mollato scuola e che abitava ad una trentina di chilometri da lui, servì per i suoi giretti interminabili sulle colline circostanti, servì per le sue scorribande nel centro cittadino vicino, nei pomeriggi assolati per andare a trovare le compagne di 5′ superiore dell’altra sezione. Poi il furto mentre l’ho lasciata incustodita mentre andava a prendere il treno per andare all’università, il ritrovamento, ed il repentino decadimento. Ma durava, resisteva. E durava ancora: i copertoni andati, le camere d’aria spompe, la catena sgrassata. Ma era ancora pedalabile.

Tutti questi pensieri mentre pedalava, i muscoli delle gambe reggevano bene, era ora in piedi sui pedali, ora sullo scomodo sellino. E continuava a pedalare, su per le salite della strada “per dietro” per la quale passava sempre. Il circuito era ben noto: l’asilo sulla destra, leggera salita con curva e poi sulla sinistra la chiesa del quartiere, il parco. Rallentare un salto ai due incroci minori consecutivi, ma la strada era tranquilla, poi l’ultima salita, l’ufficio postale sulla destra, e poi la discesa. La fatica era passata, la mente cominciava a rilassarsi e a pensare alla sua bella, al terremoto del giorno prima, alla strada che scendeva in picchiata, alla strada da imboccare, alla velocità accumulata dopo le pedalate. Doveva iniziare a frenare. Qualcosa andò storto: la ruota davanti impazzì, panico del nostro ciclista che voleva fermarsi a tutti i costi. Poi l’inevitabile: il bacio della fortuna, l’incontro con il paraurti di un’auto parcheggiata, poteva essere una Focus nera. La botta, il rumore di qualcosa di rotto, il fiato tagliato, il respiro corto. Faceva male dappertutto inizialmente, poi iniziò a scemare. Il collo era a posto, la faccia anche, poteva pensare, poteva parlare, poteva vedere le persone attorno a lui che cercavano soccorso. Primo a raggiungerlo un anziano signore, dall’accento probabilmente dell’est. Un’italiano stentato, lo tranquillizzò sulla situazione, dato che non si sentiva in pericolo di vita. Cercò di alzarsi ma non aveva forze in corpo, solo impulsi di dolore ed un dolore al petto che limitava la sua respirazione. Sul fianco sinistro, verso il centro della strada non poteva girarsi: troppo male, quindi gli toccò guardare il paraurti e la gomma posteriore dell’auto che aveva fermato la sua corsa. E così fu: rispondeva alle domande caotiche dei primi soccorritori che chiamarono subito il 118, non capiva bene se eran lì per curiosità o per effetto sciame. Sembrava la notizia del momento e questo lo infastidiva. D’altronde sapeva di cosa aveva bisogno: un soccorritore che guardasse la strada, un soccorritore che lo tenesse sveglio e cosciente fino all’arrivo dell’ambulanza e basta. Ce n’erano tre volte tanto di persone. Curiosi o volenterosi? Non sapeva distinguerli.

Finalmente ecco l’ambulanza a sirene spiegate. Data la situazione, si lasciò soccorrere. Avrebbe voluto avere la forza di alzarsi, di prendere su baracca e burattini e salutare tutti, ringraziando per la pazienza e per il soccorso. Di presentarsi al lavoro con un buco nei jeans buoni e lavarsi la ferita, sorridere e raccontare al capo lo spiacevole incidente, con un “Non è nulla di grave”. Ma niente! Non riusciva a respirare ancora bene, la zona dello sterno doleva un poco ancora, il braccio sinistro era senza forze e probabilmente il ginocchio era sbucciato e stava iniziando a gonfiarsi; in più c’era la sberla che aveva preso sull’auto con la guancia. Non si ricordava un’altro momento in cui ne aveva prese così tante, neanche quando era caduto in bicicletta quei 7 anni fa per colpa di un buco troppo “buocoso” che gli aveva regalato un bel bernoccolo e un po’ di rincoglionimento per una buona mezzora. in quel caso, una doccia improvvisata sotto il rubinetto del giardino di fronte e molta, molta calma l’avevano riportato alla quasi normalità. Contusioni a parte, adrenalina a mille che anestetizzava il tutto, stava bene. Era cosciente, non avrà di sicuro danni permanenti, era solo una caduta dopotutto. Da piccolo ne aveva prese di peggio. Forse.

Il viaggio in ambulanza risultò pure quasi piacevole, in compagnia dell’infermiere, abituato a vederne di peggio, con cui ci scambiava volentieri quattro chiacchere. Poi pronto soccorso, visita post ambulanza, classificazione dello stato medico, seconde medicazioni e una sfilza di esami da fare. Per i ragazzi del pronto soccorso era più un’esercitazione: non era grave e dovevano farmi qualche test di routine: Prelievi del sangue, TAC, ecografia. Date le botte e le sue condizioni se ne stava tranquillo tranquillo sul lettino. Non era messo male: riuscì a fare mente locale degli effetti personali che aveva con se nel marsupio, a tirare fuori il cellulare, a postare su Tweeter e… a farsi delle foto. Non le avrebbe postate, per decenza, ma era  curioso di sapere che aspetto aveva. Sicuramente orribile e ridicolo: l’avevano spogliato e addobbato di camice da operabile. In effetti le foto rivelavano il solito sorriso da discolo, un occhio nero, un graffio sotto l’altro occhio e il collare per il collo di cui l’avevano addobbato prima di caricarlo sull’ambulanza. Procedura standard.

Gli esami furono lunghi e noiosi, alle TAC fotografarono un po’ tutto, ma risultarono soddisfacentemente positive e le posture richieste mettevano in luce i punti dolenti del suo corpo. “Un bel respiro” … Ahia! … “Spalle indietro” …Aaaahia!… “Tenga questo con il braccio” … e tremava tutto per microspasmi muscolari. Alla fine, l’esito: nulla di rotto, l’ecografia rivelò che era in cinta di due gemelli e che aveva preso delle belle sberle dappertutto. Poi nelle ultime ore di ricovero si meritò il pranzo dell’ospedale (semolino vegetale, purè di patate con robiola, yogurt magro), era arrivato giusto giusto in stanza, un nuovo prelievo e… un nuovo consulto specialistico per le articolazioni di mandibola e mascella che avrebbe fatto più tardi. Intanto lo chiamò il capo, arrivò la sorella, dritta dritta dal colloquio per il suo futuro posto di lavoro, e un sacco di messaggi della sua Lei.

Forse quest’ultima era la cosa che lo rasserenava maggiormente e, allo stesso tempo, lo spaventava di più di tutte: non poteva a lungo condurre questa vita da scapestrato, rischiare così la vita in questo modo, con una persona che conta su di te per, magari, passare i giorni migliori insieme. Era la prima volta che faceva pensieri di questo genere: prima semplicemente non era preoccupato della sua incolumità, ora più che mai invece. Come poteva essere un punto di riferimento, una roccia salda, il suo Uomo se poi bastava un suo errore avventato per ridurlo in impotenza? C’haveva rischiato la vita. Non vuole ancora ammetterlo, ma nei due secondi in cui vedeva avvicinarsi l’auto al suo occhio era questo che vedeva: la sua vita passata Lei (primo secondo) le conseguenze a cui poteva andare incontro (secondo successivo) con una tremenda paura di non rivedere quel sorriso, di non riuscire a baciare di nuovo quella pelle, di non sentire di nuovo quella voce. Cose che, per fortuna, sono state evitate. Ma che erano possibili.

Brivido.

Per questo, se avesse seguito il suo istinto, non si sarebbe trovato in queste situazioni, non avrebbe pensato a cosa gli sarebbe potuto accadere, e a cosa sarebbe potuto succedere se le cose fossero diversamente. Ovvero se avesse cambiato strada, se avesse fatto la stessa strada a piedi, se… E ancora se… Ma allo stesso tempo, si può anche sorridere a queste lezioni e, finalmente, impararle. Cosicchè, quando stai correndo, ogni tanto rallenta e, se ne hai voglia, fermati un attimo a guardare le stelle…

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