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Guardo dal finestrino correre gli alberi che mi accompagnano lungo la campagna attraversata da binari apparentemente interminabili. Cosa mi riserverà questo viaggio? Cosa incontrerò una volta arrivato a destinazione? Arriverò a destinazione?

Sono stanco del mio girovagare, voglio riuscire a focalizzare una meta. Essere un vagabondo ha le sue note felici: tanta libertà, il cammino che varia e non è mai lo stesso, la gente che incontri è sempre un tesoro da esplorare… Ma sono passi senza meta e, uno dopo l’altro, fiaccano lo spirito e prosciugano di energie il corpo. Sono Trent’anni che viaggio da vagabondo, che arranco fra i sentieri che mi sono tracciato via via che posavo un passo dopo l’altro ma la meta, invece di avvicinarsi, rimaneva irraggiungibile ai miei occhi: Laggiù, lontana come una stella, stupenda, pregna di promesse di desideri finalmente soddisfatti. Ed ecco questo viaggio. Da quando ho obliterato il biglietto,  il mio cuore ha impresso data, luogo e ora di approdo a quella stazione, tappa fondamentale per la mia vita. L’inchiostro impresso sul biglietto sigla l’inizio del viaggio. Una sola destinazione, una prima tappa. Riesco a intravedere la direzione dei miei passi e nuove energie pervadono le mie gambe che sono finalmente felici di accompagnare il mio cuore a destinazione. Sì… finalmente una destinazione…

E mentre il treno si avvicina alla meta, un brivido di preoccupazione mi corre sulla spina dorsale: chi mi troverò davanti? Sarai il solito amore tanto decantato da poemi e versi, l’Amore platonico che decanto nei miei Post, nelle Mail, negli Sms, nelle Telefonate? Sarai l’arcobaleno di umori, così come ti descrivi, le mille luci del Diamante, il Canto della Sirena, la Passione effimera di una notte, l’Orgasmo dei miei sensi, come l’ho avvertito da tempo, la Curiosità che brilla dalle tue foto o il Silenzio di ore e ore passate ognuno con la sua vita? Saran solo parole… non ci credo più, anche se me lo Ripeto continuamente, come difesa mentale alla tua vicinanza nelle cose d’ogni giorno, di mattina quando mi sveglio, a pranzo quando tentenno se telefonarti o mandare un messaggio sms o una posta elettronica o niente di tutto ciò, un pensiero leggero e basta. Chissà quanta strafa farà un pensiero, chissà quanto manca al limite fra semplice invaghimento ed ossessione, chissà perché limito la mia libertà entro questi schemi mentali. E chissà perché ora sto scrivendo di te, che fra non molte decine di minuti saremo uno di fronte all’altro.

E chissà se scrivo a te o al mio di cuore. Io scrivo tanto, leggo poco, vomito parole che non mi stanno né nel cuore, né nello stomaco. Escono da sole, sulla carta, sul blog, nell’aria fuori dalla mia bocca. Non vorrei mai e poi mai fartele leggere, ma so che, così com’è bella la nostra amicizia, così deve essere. E le leggerai. E forse ti farà piacere leggerle. O forse ti piacerà come le ho scritte o forse, ancora, di come sono venute fuori, essendo tu causa, in parte, di questo flusso mentale, forse fine a se stesso.

Ora sono arrivato sul serio, scendo dal treno e ti cerco in stazione. Il cuore batte forte, ancora più veloce quando ho la tua immagine di fronte, e batterà ancora di più quando saremo uno di fronte all’altra: Non più chilometri a dividerci ma qualche centimetro. Occhi negli occhi, almeno per quei dieci secondi interminabili che mi sono immaginato l’altro giorno: a guardarci dentro le pupille, a scrutarci le iridi, ad infilare la nostra immagine nell’anima l’uno nell’altro. In questo lasso minimo di tempo capirò subito chi sei per me, chi sono io per te e se, finalmente, riuscirò a rubarti, d’un fiato, un bacio, come mi sono promesso.

Con amore e un po’ di preoccupazione

TUO Johnatan.

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