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Con il pranzo al sacco, l’acqua fresca di montagna ed il giro di grappe in baita, la discesa si dimostrò più veloce del previsto. La fatica delle impervie salite era cosa relativa alla mattinata, lasciata forse sul prato usato per fare la siesta dopo pasto o nella passeggiata di mezz’ora nell’altopiano circostante. L’aria era molto pulita, scorreva nei polmoni con una botta di vita ineguagliabile rispetto all’aria umida e zeppa di smog della città: non che vivessero nella capitale, ma era sempre un borgo con quelle centinaia di migliaia di persone, tutte abbarbicate in condomini alti, stretti e per giunta con poco sole. Più scendevano dal sentiero, più sentivano di essere cotti a puntino: arrivati a casa, chi dopo un bel bagno, chi dopo una doccia rigenerante, sarebbero schizzati a letto al più presto, anche prima del tramonto.

Forse è con questo clima che le difese emotive di Lui e Lei cambiarono radicalmente: ora camminavano l’una a fianco all’altro, scherzando e tirandosi frecciatine e, come succede spesso, flirtando inconsciamente. La spensieratezza disarmante con cui parlavano ricordava due ragazzini delle elementari che non si vedevano tempo e che si raccontavano tutto, ma proprio tutto, delle loro esperienze, delle loro vacanze, delle loro nuove amicizie. Erano molto più in confidenza di quando lavoravano assieme, forse pericolosamente troppo. Anzi, quasi sicuramente troppo. Gli occhi di lui non erano che per lei, difatti capitava spesso che mettesse male il piede, rischiando di inciampare sui sassi malmessi del sentiero o camminando pericolosamente vicino al bordo. Lui che soffriva pure un po’ di vertigini. Lei lo inebriava con il suo odore, con il suono della sua voce… ogni tanto si passava la lingua sulle labbra per cercare frammenti di quel bacio che gli aveva strappato. Non si era ancora reso anche conto della propria condizione di burattino nelle sue mani e Lei manovrava abilmente i fili invisibili che lo legavano a Lei, senza però farsi scoprire o uscire all’aperto. Si divertiva a vederlo così… innamorato? No… non era questo l’amore, ma Lui ne era illuso, lo cercava ancora di più: ogni passo verso l’auto era uno verso il suo cuore e doveva arrivarci prima di salire in macchina.

L’occasione si presentò presto: il sentiero si biforcava in due tronconi che si ricongiungevano a valle “Qual’è la strada” gli chiesero “sono tutti e due sentieri segnati giusti”. “Non ne ho idea… io vado sempre per di la” indicando il sentiero più stretto e malconcio. “Ma no, dai! Sarà quell’altro..” non si fidavano. “Ok, ci vediamo giù: probabilmente portano al mulino che abbiamo incontrato nella salita, poco dopo di essere usciti dal paese. Io scendo per di qua…” e si incamminò con ostentata sicurezza. Aveva comunque il cellulare e la copertura era buona, dato che era ad una ventina di minuti di cammino dal paese. In più voleva passare per le cascatelle del rio attiguo, dove aveva passato, spesso e volentieri, i pomeriggi d’estate della sua adolescenza in compagnia dei cugini. Girata la curva non li vedeva già più: se la sarebbero cavati comunque, il sentiero grande scendeva dritto: non potevano sbagliare. E poi aveva bisogno di cinque minuti di silenzio e natura. Camminando piano poteva sentire il sono del vento, dei grilli, degli uccelli di bosco e del leggero rumore a monte di… scarponi? Ma no! Non può essere! si ripeteva… ed invece eccola lì, Lei nella sua “grazia” animalesca di cinghiale in corsa. Un terremoto, una mina vagante con calamita, e lui era l’uomo di latta a cui s’appiccicava, quasi fosse il suo amichetto d’infanzia. A cui dava baci, tra l’altro. “Non penserai mica di lasciarmi da sola con quei due?” unico commento “Dì la verità, volevi andare da qualche parte per i cavoli tuoi”. Centrato in pieno! Impossibile nasconderle a lungo qualcosa: curiosa com’è, non soltanto sapeva indovinare i segreti ma anche, il più delle volte, portarli alla luce.

“Vieni dai, ti faccio vedere un posto” rispose con un misto di rassegnazione ed un mezzo sorriso sulle labbra. Lui davanti, Lei dietro che lo seguiva passo dopo passo, quasi tentando di mettere i piedi sopra le sue orme. Arrivarono poco dopo alla radura del torrente, dove una cascatella cercava di sciogliere i massi alla base su cui batteva l’acqua, dopo un salto di qualche metro. Era così come se la ricordava o, sarebbe meglio dire, era così come non l’aveva ricordata. Questi luoghi cambiano spesso con l’inverno, le piogge, il disgelo: i sassi corrono a valle, ogni tanto si formano delle piccole dighe con qualche ramo o tronco spezzato che i boscaioli tendono poi a rimuovere, per non causare troppi accumuli di acqua che potrebbero danneggiare o ostacolare il corso del torrente. Come sempre faceva, quasi ad eseguire un rito, immerse le mani nell’acqua fredda a 10 gradi, cercando qualche sassolino particolarmente levigato e colorato. La dolomia presenta ogni tanto striature interessanti nella stratificazione della pietra e capitava più di una volta che si portasse dietro qualche ricordino interessante. Raffreddate a dovere le mani, iniziò a schizzare acqua alla sua compagna di viaggio, in un gesto innocente e dispettoso. Lei si riparava strillando e ridendo come una pazza, ma lui era troppo veloce e la catturò subito, bloccandole le guance con le mani fredde. Lei urlava un po’ meno di prima ma non la smetteva di lagnarsi. “Ohhh! E smettila!” L’ultimo gridolino venne soffocato da un bacio d’istinto. Non credeva a cosa stesse facendo. Si stacco un attimo, la guardò negli occhi per due interminabili secondi, leggendovici un “baciami ancora, stupido” a lettere maiuscole, per poi riattaccare le sue labbra sottili alle dolci e morbide di Lei. Erano stretti in una morsa decisa, quasi rabbiosa, che mutò in una effusione amorosa dolce e giocherellona, fino a somigliare a due cumuli di neve che si scioglievano uno sopra all’altro al calore improvviso dell’estate. Iniziato come un gioco stava evolvendo ora in una cosa da adulti. Le mani scorrevano veloci, decisi sulle qualità più apprezzate l’uno dell’altra. Lei assaporava la forza e l’imponenza ora delle sue spalle, ora del suo collo, ora della sua schiena, mentre Lui percorreva la curvatura della schiena fino al suo culetto. Due minuti interminabili.

Ma come se Lui avesse premuto il tasto Eject, Lei si mosse per staccarsi. Subito si staccarono e ritornarono in se. La stava combinando grossa: Ancora con una collega! pensava Proprio in questi guai ti vai a ficcare? E adesso? Blocco per un attimo il flusso di pensieri. “Ehm… scusa…” era tutto quello che gli veniva da dirle “No.. non ti preoccupare… Raggiungiamo gli altri.” e si incamminarono sul sentiero principale. Solo qualche scambio di battute di circostanza durante il tragitto e ancora meno quando rincontrarono gli altri. “Che fine avevate fatto? Sapevo che il sentiero giusto era quello di destra.” Si cambiarono le scarpe e montarono in macchina. Nel tragitto si parlava del più e del meno, Lui aveva preso il posto dietro e Lei era al posto del passeggero davanti. Ogni tanto le rivolgeva uno sguardo, incrociando il suo sguardo nello specchietto retrovisore. Un sorriso suo, uno di Lei e si riprendeva ad ascoltare ora la radio, ora il nuovo album di qualche improbabile band Rock Alternativo della collezione dell’autista.

Il solito caldo umido delle serate cittadine gli accolse a braccia aperte, accompagnandoli ognuno alle proprie case. Il giorno dopo si sarebbero visti in ufficio alle nove per la settimana più importante: quella della consegna del progetto.

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