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Dam Square - Amsterdam
Dam Square, Amsterdam. Una umida giornata di giugno.

Il cielo era poco clemente, regalava pochi sprazzi di sole e molte nubi. Meno male che il tempo di queste regioni cambia continuamente, gli avevano detto, giacché non avrebbe retto a lungo quel clima.

Ma cosa ci faceva ad Amsterdam, Lui, nella capitale Europea del divertimento? Cosa centrava con questa nuova vita che andava creandosi?

Lui, Giovanni, John per gli amici, tipico ragazzo di città, sguardo severo, aria un po’ consumata da una vita passata nel traffico e nello smog, diligente, sempre il primo della classe, sempre con uno sguardo benevolo nei confronti della sorellina, il ragazzo dell’oratorio. Lui, che un giorno aveva detto ai suoi genitori “Qua non c’è nulla per me” ed aveva preso uno zaino, il suo clarinetto, la sua Moleskine, il suo lettore MP3 ed era partito per l’Olanda. Era in un mondo tutto nuovo, con le orecchie piene di suoni stranieri, in un viavai continuo di persone e mezzi di trasporto… gli stava scoppiando la testa. Era da poche ore atterrato in quella città straniera e già non ne poteva più di dover parlare inglese per chiedere indicazioni… E quindi eccolo, sotto l’obelisco, davanti il Palazzo Reale, a fianco Madame Tussaud e mille altri palazzi. Li avrebbe esplorati pian piano, ma aveva voglia di fermarsi, sedersi sui gradini per un attimo… sempre che non iniziasse di nuovo a piovere, come al suo arrivo. Bella accoglienza pensò, ma poteva sempre andare peggio, no?

Si sedette, tirò il fiato, poggiò lo zaino e si guardò attorno: un gruppetto di ragazzi sulla destra, una ragazza sulla sinistra che conversava in inglese con un turista dall’accento tedesco, qualche ragazzo che sfrecciava in bicicletta e si fermava sulla piazza, vicino al bar attiguo. Necessitava di una sigaretta: qualche boccata di fumo gli avrebbe disteso un po’ i nervi ma, ovviamente, il pacchetto l’aveva lasciato vuoto all’aeroporto italiano. Non aveva voglia di affrontare il gruppetto di ragazzi, quindi lo sguardo cadde sulla ragazza a sinistra. Carina questo il primo pensiero e la scusa più vecchia del mondo cascava a fagiolo. Si tirò su, si sgranchì le ossa e le si avvicinò “Have you any cigarette?” biascicò in quel suo inglese stentato “Not smoking at all, nice try… any other question?” la risposta lo colse impreparato “Io… veramente…” la guardò attentamente per due interminabili minuti, mentre quegli occhi attendevano una risposta, o meglio, una domanda, o qualsiasi altra sua reazione. Carina! Molto carina… se avesse avuto i capelli sciolti sarebbe stata per lui addirittura molto bella, ma bella veramente. Del suo ideale di bellezza ovviamente: capelli neri raccolti in una coda di cavallo, occhi marroni, pelle più scura della sua, un sorriso furbetto, il naso carino pure lui… tempo scaduto! I due minuti erano passati e doveva dire qualcosa, qualsiasi cosa per non apparire come il classico babbeo “Ahhh… scusa… pensavo che fumassi…” per qualche strana ragione continuava a emettere frasi una più stupida dell’altra e, soprattutto, insisteva nel rivolgersi a lei in italiano! Ma che deficente! pensò Che sia il caso, poi, di parlare in inglese? Mentre pensava tutto questo, la ragazza lo guardava sempre più incuriosita e divertita. Intanto prese la custodia di una chitarra e ne estrasse un’ottima Fender nera che si mise ad accordare.

Approccio clamorosamente fallito! Che imbranato pensava Potevo almeno chiederle come si chiavama, tanto per non sembrare un completo idiota e mentre cercava di farfugliare uno straccio di presentazione, la ragazza disse “Lily” ed iniziò a pizzicare le corde della chitarra, nella melodia della sua canzone, Lily of the Valley. “Ehm… What?” chiese Johnatan, “Mi chiamo Lily, e tu?”. Era sorpreso “Giova… ehm… John. Sei italiana?”. Lei ridacchio, mentre pizzicava ancora le corde “Ma sì! non si sente?” E subito una sonora risata di tutti e due ruppe definitivamente il ghiaccio. “Se vuoi puoi cantarla con me” disse Lily riprendendo a suonare. “No, grazie… Mi trovo meglio con questo…” e tirò fuori il suo clarinetto. Faceva molto Dylan Dog, ma non erano a Londra… però un clarinetto era un valido strumento per suonare ottimo Jazz e forse anche i Queen. Scaldò per qualche minuto lo strumento, provando gli ormai ben noti tasti, ed iniziarono a suonare insieme…

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