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Il viaggio di ritorno fu molto più rapido dell’andata. Lei al volante e lui a guardare i suoi monti allontanarsi sempre di più. La settimana di ferie era volata e ne sentiva già la mancanza di quelle giornate, seppur non solitarie, ma tranquille e rilassanti… a parte l’ultima. Era ricoperto da una timidezza che lasciava trasparire i tratti del viso rimasti immutati da quando era ragazzo e la causa di tutto questo era ovviamente Lei. La sentiva molto vicina, quasi emanasse un calore confortevole ed avvolgente, che trasmetteva un amore materno più che quella amicizia che tanto ostentava. E forse era questo che l’opprimeva, che non lo lasciava godersi il viaggio, che gli impediva di sorridere sereno e spensierato come il suo solito. Lei era lì che guidava, non gli rivolgeva che poche volte lo sguardo e parlava per lo più guardando la strada, come era giusto, ma poteva sentire lo sguardo di quegli occhi che non necessariamente hanno bisogno di essere puntati su di te per guardarti. Parlava del più e del meno e lui rispondeva a tono ma non sembrava a suo agio. Questo non La preoccupava più di un tanto, dato che portava avanti Lei il discorso e lo terminava a suo piacimento. La mente era troppo preoccupata per il giorno precedente.

Non sembrava una cattiva giornata, anzi, era iniziata in un modo impeccabile: gitarella in uno dei boschetti fuori porta, escursione con tanto di scarponi, zaino e macchina fotografica ed un clima sereno e mite ad accompagnarli. Camminavano ormai da un’ora quando.. “Quindi, che ne pensi? Che dovrei fare secondo te?” la domanda di Lei lo tirò fuori dal flusso di pensieri e lo lasciò in panne: non aveva ascoltato nulla del discorso che lei stava montando su da chissà quanto tempo. “Beh… non sembra questa tragedia, in fin dei conti.” La solita risposta generica che vale per tutti i discorsi “Mah.. a cosa ti stai riferendo? Quale tragedia?” … per quasi tutti i discorsi, tranne questo appunto. “No, niente. Scusa… ho perso il filo del discorso. Puoi ripetere?” ammise la sua disattenzione, arrossendo. “Ma quanto sei distratto? Cavolo, sei proprio un segno d’aria!” era un po’ arrabbiata, ma non troppo seccata “Ti stavo chiedendo che vestito devo mettere per la cena con il cliente con cui abbiamo avuto il meeting lo scorso giovedì, se devo mettere quello nero lungo o il taieur.” ora lo stava guardando dritto negli occhi in attesa di una risposta: meno male che erano in coda ad un semaforo. “Direi quello nero, mi pare un tipo molto esigente, che ci conta al vestire.” rispose prontamente “E mi raccomando, tacco 9, non 12 che non combini a camminare bene con quei trampoli!” la battuta scatenò una risata quasi isterica che tutti e due ci misero un po’ per controllarsi. Ed il viaggio riprese. Casello, autostrada e dritti verso casa.
La mente si rilassò, sentendo la voce di Lei come sottofondo, ora con frasi profonde, ora con commenti sulla canzone che davano per radio.

Ed ecco riapparire il pensiero sulla giornata precedente: stavano scarpinando tranquillamente, con frequenti pause ora per prendere fiato ora per scattare una foto, ora per ammirare semplicemente il panorama ancora avvolto dai caratteristici tratti invernali montani. Dopo la chiacchierata del parco, il rapporto fra i due era rafforzato: scherzavano come bambini, si perdevano in discussioni profonde e molte altre piccole cose. Una vera e propria coppietta che si godeva la vacanza. Quand’ecco su di un sentiero non ben assestato il destino beffardo se vogliamo, o per meglio dire la sbadataggine di Lei, la fece inciampare su di una radice. Quel che successe per causa di quello stupido evento è presto detto: lui si ritrovò tutto d’un tratto per terra, con una botta sulla nuca e con il corpo di lei sopra. L’aveva trascinato giù con lui nella caduta ed erano ruzzolati giù per un breve tratto di sentiero. Con un grande sforzo trattenne un’imprecazione e si controllò le braccia: niente di rotto, qualche graffio ed il giubbetto da lavare. La macchina fotografica era pure salva. Piegò il capo e la vide quasi dormiente sul suo petto. Le sue labbra piegate nel suo solito ed adorabile broncio, i suoi capelli arruffati ma sempre in un ordine tutto suo particolare, le sue mani… mani? Dove erano finite le sue mani? La scosse un attimo “Tutto bene?” Lei si mosse e mosse anche le mani: una premeva sul suo stomaco l’altra… come diavolo aveva potuto finire proprio lì, in quel posto? Si tirò su, non aveva neanche un graffio, increspava solo le labbra in un sorriso, come si svegliasse da un sonno ristoratore, strinse le dita ed aprì gli occhi. Subito spaventata per la situazione ambigua, si ritirò da lui, seduta sulle gambe. “Ehm… scusa…” il suo imbarazzo era grande “Ti ho fatto cadere. Non ti sei fatto male, vero?” la domanda suonò piuttosto scontata. Era evidente che voleva distogliere l’attenzione da quanto accaduto prima ma come distrarlo dalla sensazione delle sue mani che lo toccavano nelle parti più intime? Quasi l’avesse fatto apposta. Era da un po’ che non stava con una ragazza, ma… “Ti sembrano questi i momenti di fare certi pensieri?” si rimproverò. Si tirò su e le porse la mano “Tranquilla, dai alzati. Tu, tutto bene?”. I due stavano l’uno davanti all’altro, guardandosi negli occhi, il tempo sembrava essersi fermato. Rimasero in quella posizione per svariati minuti e, quasi per svegliarli dal loro torpore, una goccia di pioggia le bagnò la guancia. Poi un’altra sulla fronte di lui, poi un’altra ed altre mille ancora. “Dannazione! Piove: è meglio tornare verso casa.” Lei annuì e, cappuccio in testa, tornarono indietro verso il paese.

Intanto il cartello segnava la distanza della città. “Meglio fermarci qua per cena. Tu che ne dici?” Lui si illuminò a sentire parlare di cibo “Andata!”. Mise la freccia e si fermarono nel parcheggio dell’autogrill.

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