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Il treno sui binari viaggiava spedito ed il tudun-tudun ritmico faceva da colonna sonora al suo viaggio verso i monti. Era entrato ufficialmente nel suo lungo weekend di ferie: tempo addietro aveva chiesto qualche giorno di riposo al suo capo per andare sui monti e finalmente glie li avevano concessi. Due giorni extra in tutto, non molti ma che gli permettevano di farsi una piccola vacanza sui monti a cui era tanto legato. Il passaggio dalla campagna alla montagna fu drastico: la velocità era diminuita e la distanza dalla stazione di arrivo sembrava allontanarsi anziché il contrario. Non aveva portato granché con se, ne tanto meno il lettore mp3 che lo avrebbe aiutato a distrarsi in quelle tre ore di viaggio: aveva però con se il suo sketch book e la sua fedelissima penna-gel che, nonostante le macchie orripilanti che lasciava sul foglio, era rimasta la sua affezionata compagna di ormai tanti disegni ed appunti. Ogni tanto difatti annotava qualche frase, qualche parola che gli rimanevano in mente, guardandosi semplicemente intorno perché da quella minuscola traccia poteva nascere qualcosa di bello e spesso era così.

Il quadernetto era aperto, la penna in mano, ma il foglio era ancora bianco. Si distraeva guardando fuori dal finestrino e ripensando alla riunione di qualche giorno fa. Era andata benissimo: gli avevano fatto i complimenti per il suo rendimento, gli avevano suggerito alcune dritte per lavorare meglio e l’avevano strigliato sull’unico punto di cui ancora difettava, ovvero l’ordine. Eh, già! Seppure erano diversi mesi che lavorava con loro, non aveva bene assimilato il flusso di processi riguardante la progettazione, creazione, produzione e documentazione dei suoi lavori. “I tuoi lavori sono ottimi, ma dovresti cercare di darti un metodo, una logica” gli ripetevano “sei molto creativo ma questa dote ti porta a svolgere il lavoro in modo disordinato a tal punto che non sai ancora determinare precisamente di quanto tempo hai bisogno per portare a termine un progetto”. In effetti avevano ragione: non si può sempre laorare d’istinto ed oramai era arrivato ad un livello in cui doveva essere in grado di saper gestirsi i progetti assegnati in modo autonomo, senza avere qualcuno che ti dice sempre cosa fare e quando. Mentre fioccavano tutti questi bei discorsi, il suo sguardo capitò su di Lei. Non sembrava badare a lui un granché, anzi, aveva tutta l’aria di essere scocciata ed irritabile. Nulla a che vedere con il suo solito sguardo da pantera, né tantomeno con il sogno della sera prima. Sembrava quasi normale, quasi innocua. E mentre si perdeva in questi pensieri ecco che ricambiò lo sguardo. Sorrise e i suoi lineamenti si rasserenarono per tutta la durata dell’incontro. Si parlò anche di altro in quella riunione, di progetti futuri, di progetti che sarebbero partiti la settimana seguente e di lavori in corso. Intanto per la settimana doveva dedicarsi al debug dei manuali utente ed aspettare la metà settimana per poi godersi quelle due giornate di ferie.

Mentre ripensava ai giorni scorsi, la penna aveva tracciato i lineamenti di quella che poteva essere una ragazza, o una donna, capelli ricci, guance pronunciate, sorriso mezzo accennato, naso fine, orecchie sottili e leggere. Si accorse che era molto somigliante a Lei. Eppure non riusciva a capacitarsene: era la prima volta che lasciava danzare la penna e questa, come omaggio, ritornava un volto conosciuto. Intanto il treno stava arrivando alla stazione di arrivo e capolinea. Prese lo zaino e “borsa dei lavori” e s’incamminò per prendere l’autobus per il paesino dove era diretto. Era un po’ fuori dal mondo: niente internet, niente TV, solo una radio sgangherata ed il cellulare, che doveva usare con parsimonia, visto che aveva a disposizione una carica di batterie soltanto, dato che il caricabatterie era rimasto sulla scrivania dell’appartamento. Tutt’intorno leggeva le tracce ancora visibili dell’inverno: neve ai bordi della strada, aria fredda, un sole pallido alle sue spalle e la gente foderata di sciarpe, cuffie e guanti. L’autobus lo scaricò come al solito in piazza, a poche centinaia di metri dalla sua casetta. La salita che lo accompagnava fino a casa era come sempre inclemente: ogni volta che la percorreva sembrava sempre più ripida, o più semplicemente era lui che ogni anno diventava più pigro e mollaccione. Un passo dopo l’altro ed eccolo arrivato. Chiave nella toppa, due giri e la serratura scatta. La porta si apre, rivelando un appartamento tenuto chiuso da troppo tempo. Ma poggiati giù i bagagli ed aperte le finestre per far entrare aria nuova e luce, ecco che l’abitazione riprende il solito colore vivo, rimasto bene impresso nella sua mente, soprattutto nei ricordi d’infanzia dove trascorreva spensierate estati con i suoi genitori. Lo stomaco brontola, il che consiglia di controllare le provviste alimentari. L’ultima volta, quattro mesi prima, aveva lasciato i generi alimentari a lunga conservazione di “emergenza”, ma forse sarebbe stato meglio andare subito a fare la spesa, onde evitare di ingurgitare per quattro giorni scatolame di dubbia qualità.

Mentre era intento nella redazione dell’inventario della dispensa, ecco lo squillo del telefono. “Dannazione, non l’ho ancora spento!” pensò. Rispose un po’ seccato. Era Lei! “Ma come? Io che avevo preso pausa dal lavoro, e dai colleghi, me la ritrovo a rompere? Spero non sia nulla di grave…“. Ricompose i pensieri per non commettere qualche gaffe per non essere scortese. “Dimmi” con la massima disponibilità di cui poteva disporreì “Dove sei? Spiegami come arrivare. Ti raggiungo. Ho bisogno di cambiare un po’ aria in questo periodo.” Ok, era fottuto. Sarebbe arrivata domani, in auto.

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