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Le cuffie del suo lettore Mp3 nelle orecchie lo intrattenevano nel breve viaggio verso il luogo dell’appuntamento. Finalmente dopo svariate settimane lui ed il suo vecchio coinquilino si rincontravano al solito ritrovo. Era anche parecchio tempo che non ascoltava la cara e vecchia musica Heavy Metal. Da qualche periodo non ascoltava proprio ne radio ne alcun CD ne musica in generale. Eppure fin da ragazzo aveva passato pomeriggi interi a contemplare le melodie trasmesse dalla sua vecchia radio piuttosto che i CD che di tanto in tanto si comprava. Tutti i migliori gruppi metal formavano la colonna sonora della sua giornata tipo ed approfittava del tempo passato a lavorare davanti al computer o del tempo passato a viaggiare per gustare in santa pace la sua musica. Intanto l’ultimo brano dell’album era terminato ed era ora di scendere dall’autobus. L a macchina l’aveva lasciata al parcheggio sottocasa, dato che muoversi in centro con il solito traffico e con i rimasugli delle gelate di quei giorni erano un forte deterrente alla guida.

Eccolo quindi arrivati a destinazione, alza una mano in saluto al caro vecchio amico e subito i baci e gli abbracci. Sentivano entrambi la mancanza l’uno dell’altro, anche se non l’avrebbero mai ammesso di fronte all’altro. Entrarono nel locale, ordinano da bere, la conversazione verte sul più ed il meno. A metà del bicchiere, gli chiese “Ti vedo scosso; cos’è che ti ha ridotto così” il commento non era rivolto tanto ad uno stato di pallore o malessere ma di scobusolamento generale che gli leggeva negli occhi. Non era successo niente di brutto, niente di serio, ma aveva centrato la questione: la “scossa” c’era stata, eccome! Ed ecco rivelato il vero motivo, o la scusa, dell’uscita. Gli doveva parlare e lui, l’amico di sempre, lo avrebbe certamente prima preso per matto, poi consigliato su come salvare la propria integrità morale e mentale. “Sputa il rospo, non tenermi sulle spine” ed il racconto incominciò.

“L’ufficio è pieno di insidie e se non stai attento ti trovi imbrigliato in situazioni che non riesci a gestire” esordì, “il che ti mette in una condizione non molto felice, sia dal punto lavorativo che dal punto sentimentale”. Queste frasi non volevano rivelare uno stato generale ed anonimo, ma uno stato di essere concreto ed aveva lui come protagonista. Succede che la sera stessa era rimasto al lavoro più del previsto. Uno ad uno i suoi colleghi, con ultimo il suo capo si erano dileguati verso il meritato riposo casalingo, mentre stava finendo un lavoro per lei, la terribile capa. Questa le stava seduta accanto e gli dava indicazione su di alcuni punti fondamentali del prodotto che dovevano comparire con una certa rilevanza. La sua funzione era di validare il suo operato ma sembrava che era lì per tutt’altro scopo. La sua presenza era così imponente e avvolgente che ogni volta che parlavano si creava una sorta di complicità tacita che era raro trovare in un rapporto sottoposto-superiore. Ogni indicazione era mirata e generalmente inappellabile, anche perché ogni volta che lei si alzava dalla sedia per sporgersi sulla sua scrivania ad indicare delle aree da sistemare il profumo che diffondeva nel circondario era caldo ed inebriante, tanto che più di una volta non riuscì a ribattere alle sue critiche, per quanto corrette fossero. “In più aggiungi il fatto che sei in ufficio, solo con lei, e con mesi di astinenza dal sesso” sottolineò “con ‘sta qua che ti fa sentire il suo profumo dalla scollatura! E’ ovvio che non lo fa apposta, ma cavolo! Quella fragranza così inebriante mi ha portato più di una volta a pensare di mollare tutto e stringerla a me, e che il lavoro si fotta!” Descriveva la scena con una foga mai provata, con una luce negli occhi mai vista.

L’amico capì subito: la capa l’aveva intrappolato nella rete del comando. Ormai lui era in balia di lei e qualcosa avesse chiesto, c’è da stare sicuri che lui l’avrebbe fatto al volo. “C2n lei tutto è dovuto, allora…” chiese, “Ma no… fa il suo lavoro” replicò. “Ma dai! Non ti ho mai visto così preso da un lavoro, da un esame da una donna in generale. Sembra che qua ti sia fottuto il cervello a star vicino a quella donna. Che ti piaccia, ormai non ci sono dubbi…” neanche finita la frase, subito la replica “Ma no, che dici! A me piace quella?” stava palesemente mentendo a se stesso, anche se prendendo in esame la questione, era cosciente di questa situazione. Che fare? Non aveva il coraggio di chiederlo. L’amico lo tirò fuori dall’impaccio “Parlale, anzi magari puoi farti sotto, invitandola a cena o cose di questo genere. Oppure può benissimo essere che nasca una bella amicizia, oltre che ad un rapporto di lavoro”.

L’ipotesi non gli dispiacque affatto, anzi sembrava la soluzione più elegante, che gli permetteva di lavorare con una persona capace e competente ed allo stesso tempo, avere dei piacevoli rapporti personali. E poi, è risaputo: amore e lavoro non vanno d’accordo, specie perché se viene a ledersi uno dei due, l’altro rovina a ruota. “Mica devo andare a letto con tutte le ragazze carine con cui ho a che fare” pensò, anche se l’idea non gli sarebbe dispiaciuta, per quanto poco seria ed anche incompatibile con la sua persona. Dietro questi pensieri ed altri finalmente scherzava con il suo amico. La tensione della giornata era scomparsa, come l’ultima ora della giornata, lasciando il posto alle “ore piccole” e a tanta stanchezza. Il giorno dopo l’avrebbe sicuramente rivista e si sarebbe risolto tutto, pensava. Vuotò l’ultimo bicchiere, salutò l’amico e s’incamminò verso casa con il suo solito sorriso sulle labbra.

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