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Un altro giorno era iniziato. La giornata precedente si era conclusa con un’allegra cena con i suoi nuovi coinquilini. Non era lì dentro che da qualche mese ma già sentiva la mancanza del suo migliore amico, nonché storico ex-coinquiino: necessità lavorative lo avevano portato lontano dalla sua vecchia abitazione universitaria per ritrovarsi più vicino al suo nuovo lavoro. Un sacrificio inevitabile, ma necessario; in fin dei conti poteva sempre prendere il cellulare e chiamarlo se voleva vedere lui e i suoi vecchi amici. E poi “era ora di lasciare quel pidocchioso appartamento”, pensava, “con gli infissi che quasi ti rimangono in mano”. Anche se… gli sarebbero mancati anche quei problemi, così comuni, così prevedibili e ripetitivi. Quelli li sapeva gestire e ci si poteva lasciare andare in un’allegra risata ogni volta che saltava la luce.

“Meglio interrompere il flusso di pensieri”, concluse, dato che era ora di andare a raccattare i suoi colleghi per andare al lavoro. Difatti per poco non arrivarono tardi: appena seduti alla postazione di lavoro, eccola arrivare al ritmo di tacchi incalzante. Oggi sembrava più irrequieta del solito. Il meeting del giorno precedente, a cui aveva partecipato con il capo, era andato bene e, forse proprio per questo, il clima che ne sarebbe conseguito sarebbe stato più caldo. Era l’inizio di una lunga “passeggiata lavorativa” che li avrebbe condotti verso il duro lavoro, anche se proficuo per l’azienda. Ecco, intanto si era seduta. Buon segno. Ogni volta arrivava e lo tormentava con richieste tanto inutili quanto bizzarre. Sfide di questo tipo lo divertivano, anche se non era facile soddisfarle, ma faceva parte del suo lavoro, pensava. Meno male che il più delle volte il suo capo arrivava a salvarlo e a toglierlo dalle sue grinfie. Non che avesse bisogno di essere salvato ma, come diceva lui, era il suo sottoposto e le richieste di lei arrivavano in secondo piano. Staccò gli occhi dal monitor, si girò verso l’altra parte dell’ufficio e incrociò il suo sguardo. Non gli disse nulla ma sapeva che nell’arco della giornata sarebbe arrivata alla sua scrivania.

Nel frattempo apprese che la riunione programmata il giorno prima era saltata e quindi la giornata di oggi era destinata a rivedere e perfezionare i lavori legati al progetto. Aveva perfino alcune idee su dei loghi che avrebbero dovuto prima o poi essere riprogettati, quindi aperto il programma di grafica, prese la tavoletta grafica ed iniziò a mettere in digitale quello che aveva in mente.

Tutto sembrava filare liscio quando lei lo chiamò. Con il suo fare calmo e posato, salvò il lavoro, scostò la sedia e prese il lungo cammino, sette metri e mezzo in tutto, verso la sua scrivania. Poteva sentire le risatine dei suoi colleghi e vedere l’espressione divertita del suo capo che, increspando il sorriso, organizzava il materiale raccolta dal meeting del giorno precedente. Lei lo aspettava a braccia aperte, con un sorriso beffardo di chi sa che ti tiene in pugno e tu non puoi fare altro che lasciarti in balia di questo potere, a tratti pure piacevole. “Mi dai un parere su come inseriresti alcuni elementi in questo lavoro”, chiese. La risposta fu lunga ed articolata, dato che era tutt’altro che banale. Snocciolò tutta la sua professionalità mentre lei, invece che guardare cosa faceva, aveva il viso rivolto verso di lui, quasi a divorare ogni sillaba che usciva dalla sua bocca.

Pur essendone consapevole, non si scompose e continuò la spiegazione, guardandola ogni tanto per cercare segni di approvazione. La sudorazione aumentava, la mano aveva perso ormai la solita fermezza e sentiva uno strano calore partire dallo stomaco per poi risalire in petto e fermarsi sulle guance. Appena finita la spiegazione squillo del telefono: un cliente lo desiderava per concordare una modifica al lavoro consegnato. Salvo anche questa volta. Con il cordless in mano ritorno alla sua postazione pre continuare il suo lavoro.

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