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Nulla mette tanta paura come un foglio bianco

“Che nottata”, pensava, sentendo fortemente la mancanza di quelle 4-5 ore di sonno in arretrato. Aveva cercato al meglio di nascondere le occhiaie, ma il sangue in corpo non riusciva a dargli il suo solito colorito, facendolo rassomigliare ad un vampiro, piuttosto che ad un essere umano. Ad ogni modo il caffè iniziava a fare effetto e la colazione abbondante lo stava rifornendo di nuove energie anche se, ogni tanto, la mascella si liberava in spassionati sbadigli, degli del più soriano dei gatti d’appartamento. Mancavano ancora quindici minuti a destinazione: un quarto d’ora per stimolare la pressione corporea, per risvegliare la mente e per assumere un’espressione intelligente, mascherando l’evidente stanchezza da insonnia.

Il viaggio era terminato e si trovava di fronte alla porta dell’ufficio. Il palazzo era disposto nella zona più asfaltata della città e quindi avrebbe dovuto abituarsi al grigio-industria del quartiere. Facendo il suo ingresso negli uffici si accorse che lo studio era in netto contrasto con l’esterno: gli interni erano arredati in tutt’altro modo e, seguendo la segretaria che gli faceva strada, poté anche ammirare i più colorati e creativi manifesti pubblicitari del momento, in particolar modo quello relativo alla nota bevanda alcolica di cui trasmettevano la pubblicità su tutte le reti televisive. “Bella la location, non c’è che dire” pensava tra se, rimirando  le sculture di arte moderna in acciaio e bronzo: una curiosa combinazione di colori, frutto dell’invenzione di un artista locale non molto conosciuto a livello nazionale, ma ricercato nel territorio, in quanto un vero e proprio talento in questione di saldature e modellazione dei metalli.

Era ora della parte più noiosa della giornata: dopo le prime strette di mano, la visita dei tre uffici dell’azienda e dell’assegnazione della propria scrivania, iniziò il triste e pesante lavoro di ascolto dei discorsi dell’amministratore delegato e del responsabile marketing. “Bla, bla, bla…” le parole risuonavano nella sua testa ma non riusciva a capire nulla di quello che dicevano, ostentando in sua difesa saltuari cenni di approvazione del capo e domande di circostanza, tipici della fase di ascolto del tipico individuo che non presta la sufficiente attenzione al proprio interlocutore.

Nel frattempo erano passate ben due ore dalla sua entrata in azienda: i neo-colleghi l’avevano accolto con cordiale educazione o calorose strette di mano. Il clima quasi familiare lo mise subito a suo agio:  iniziò a rilassarsi adeguatamente e, a passi spediti, ritornò alla propria scrivania. Il via-vai di persone era instancabile e, spesso e volentieri, il telefono emetteva quel suono fastidiosissimo che indicava l’approssimarsi di una lunga conversazione di lavoro. Presto, gli aveva annunciato il capo dell’ufficio, sarebbe arrivata anche il grafico che aveva il compito di svolgere il ruolo di Tutor per monitorare lo stato di avanzamento dei propri progetti, oltre che istruirlo sul tran tran aziendale.

“Bene, ora iniziamo a produrre qualcosa!” e con entusiasmo si precipitò davanti alla postazione che gli avevano assegnato: per ingannare il tempo voleva disegnare una variazione di un logo noto, per poi effettuarne l’adattamento ad un contesto di natura incontaminata, come un segno di protesta verso il regno del cemento esterno. Successe un qualcosa di inaspettato: una volta aperto il programma di grafica e creato un nuovo progetto l’entusiasmo svanì di colpo. Le dita rimasero come paralizzate e lo sguardo attonito sul suo incubo più grande: il foglio bianco.

Fissava e rimirava quella superficie bianca, digitalmente perfetta. Un brivido lo scosse dalla schiena al collo e si sentì come un bambino che non riesce a proferir parola perché non sa che esprimersi a gesti. Ma ecco, la porta dell’ufficio si aprì ed entrò lei…

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