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C’era qualcosa che non lo convinceva. Sì, il colloquio era andato bene, ma l’aveva lasciato con una sensazione di amaro in bocca che lo metteva a disagio ogni volta che ci ripensava. Non aveva mai disegnato in questo modo: startup, storyboard, milestone, deadline di consegna! Termini che più dare un metodo di lavoro incutono timore. In ogni modo, era ufficialmente entrato al servizio della casa editoriale come collaboratore dello studio grafico che si occupava di realizzare i disegni da pubblicare. Non sapeva esattamente cosa lo aspettava, e questo non contribuiva certo a rassicurarlo; l’importante, si ripeteva, è fare esperienza e lavorare con dei professionisti e, più importante di tutto, imparare cose nuove. Avrebbe iniziato con il lunedì della settimana dopo, cioè fra 4 giorni (era un giovedì di febbraio), così aveva tutto il tempo per abituarsi all’idea, comprarsi qualche camicia, festeggiare con gli amici e godersi gli ultimi giorni da disegnatore disoccupato.

Mano a mano che scorrevano le ore, il senso di inquietudine e frustrazione diminuiva e si sentiva sempre più eccitato: girava per la sua città come se tutto ciò che gli sarebbe accaduto da ora in poi sarebbe stato nuovo e completamente diverso dal solito. E, in parte, così era dato che gli era capitato per le mani un lavoro vero ed avrebbe portato a casa qualche soldo in più dei soliti “grazie” che riceveva quando faceva un lavoro: ok lavorare per la gloria, ma non si vive di soli ringraziamenti, anche se gli portavano tante soddisfazioni personali che, molto probabilmente, non avrebbe trovato in altre esperienze lavorative. Ma basta con questi pensieri: è ora di festeggiare! Non tanto per il lavoro in se, ma per la sensazione di leggerezza ed euforia che stava esplodendo dentro di lui. Un paio di telefonate ed ecco riunita la stretta cerchia di amici per l’ormai consueto aperitivo al solito baretto.

La serata passava in allegria ed ogni scusa era buona per ridere tutti guanti di gusto per qualsiasi stupidaggine venisse fuori; in più la serata era allietata da ottimi antipasti offerti gentilmente dalla casa, il che trasformò l’aperitivo in una vera e propria cena. Al bar c’erano tutti: il coinquilino, l’amico di sempre ed alcuni compagni universitari; mancavano all’appello solo le due ragazze del gruppo: la fidanzata dell’amico di sempre e la sua migliore amica che non avevano potuto prender parte alla festicciola improvvisata perché fuori città. Alla terza pausa sigaretta fuori dal locale, si trovarono fuori  solamente i due coinquilini: dopo due anni di convivenza si erano abituati a non avevano segreti ed erano diventati l’uno il miglior amico dell’altro o, se preferiamo, l’uno la persona che capiva meglio l’altro. Uno sguardo, un’intesa e già sapevano cosa l’altro avrebbe detto o discusso. Ma quella sera c’era qualcosa di diverso: si sentiva distante, lontano, in un mondo costruito solo per se… e per il suo nuovo lavoro. Un mondo in cui avrebbe potuto dedicare agli altri solamente i weekend o, forse, neanche quelli. “Allora, contento?” la domanda del coinquilino, per quanto scontata fosse, lo trovò impreparato e lo riportò in quello stato di semi-inquietudine del dopo-colloquio. “Ma certo che sei contento: hai finalmente un lavoro!” c’era un che di malinconico in questa espressione, ma le battute che seguirono spezzarono la tensione parlando del più del meno. L’inquietudine di fondo non sarebbe andata via per giorni, questo lo sapeva bene, ma perché pensarci adesso?  divertiamoci, beviamo e finiamo allegramente la serata!

Detto fatto: l’alcol ha contribuito alla buona riuscita della festa ed il rumore del fiume che taglia la città accompagnò i due coinquilini nel tragitto verso casa. Gli autobus non passavano a quell’ora e casa loro non era lontana. Difatti, qualche decina di minuti dopo erano tutti e due sdraiati sul letto a ronfare beatamente e a sognare…

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